di Francesca Maria Sensi
Mangiare come metafora del pensare
Vivere di solo pane
Chi ha pane non ha denti e chi ha denti non ha pane
Buono come il pane
Fatto di mollica
Aver la crosta dura
Restituire pan per focaccia
Avere il pane fra i denti
E' il pane della vita
Se non è zuppa è pan bagnato
Guadagnarsi il pane con il sudore della fronte
Pane al pane vino al vino
Si vende come il pane
Il pane della verità
Vivere a pane ed acqua
Non saper se è pietra o pane
Raccogliere briciole di pane
Io sono il pane della vita (Gv 6,48)
Le similitudini e le metafore sono oggi le figure retoriche più utilizzate sia nel linguaggio visivo che in quello tradizionale. Stabilire paragoni tra emozioni collegandole con nessi comparativi inusuali, permette di associare pensieri fuori dai contesti prestabiliti e soprattutto dona una grande fantasia all'intelletto, sia per il piacere di creare tali legami, che per la gioia di percepirli o di scioglierli dal dubbio interpretativo. Le figure retoriche trasmettono in modo traslato le emozioni e le suggestioni creando collegamenti inaspettati che talvolta induco a riflessioni non solo di puro piacere estetico, ma vive di vere e proprie idee nuove.
L'utilizzo da parte di Samuele Russo di tale accorgimento è senza dubbio pieno di poesia e centra in pieno un messaggio che tende ad volere essere uno stile di vita. Il ritratto di un viso affiancato al prodotto creato dall'uomo; il mezzo taglio (volto) contrapposto al dettaglio (pane), il bianco e nero contrastato dal colore; gli accostamenti di volumi, le analogie tra forme, i confronti a parallelismo, sono una vera e propria carrellata di similitudine e metafore visive. A metà strada tra comunicazione sociale e comunicazione artistica il parallelismo tra differenti piani di lavoro sviluppa un vero e proprio obiettivo. Saper scegliere che tipo di uomo e donna essere, grazie e a causa di una sana e corretta alimentazione quotidiana che lega il fare al pensare, l'essere all'apparire, il volere essere al poter essere.
L'accostamento naturale tra uomo e prodotto dell'uomo, 'il pane', suggerisce infatti una serie di interessanti sviluppi sulla vita interiore del soggetto fotografato e sulla sua più nascosta 'anima' , legame che addirittura crea un nuovo lessema ' panima ', appunto.
E se in pubblicità non è permessa l'ambiguità o la confusione, pena la non vendibilità del prodotto, in arte l'ambiguità associativa è elemento che genera piacere interpretativo e che può sviluppare fantasie semantiche che arricchiscono e invogliano ad altra conoscenza. Grazie alle figure retoriche visive ci è concesso allora poter esplorare nuovi percorsi interpretativi che ci conducono, in sintesi, ad una silenziosa considerazione sul nostro modo di essere legato al nostro modo di nutrirci.Il pane è per antonomasia il nutrimento, e il volto il nostro primo grado dell'essere in una scala di comunicazione sociale.
Una denuncia silente sull'uso indiscriminato di lieviti artificiali, sulle farine e sui processi accelerati di cottura, sull'uso di metodi non tradizionali che penalizzano gli odori e i sapori, le fragranze, e che comporta il decadimento del concetto di nutrizione tout court. Un segnale per indurci ad essere capaci di sconfiggere gli ogm, i grassi idrogenati, i correttori di acidità, gli antiossidanti, gli esaltatori di sapidità e consistenza. Un monito a riprenderci il percorso produttivo senza alterarlo e senza renderlo alieno alle nostre abitudini alimentari, senza stravolgerlo dal nostro passati, addirittura dai nostri modi di dire. Parla come mangia si dice tuttora a chi ostenta un linguaggio forbito senza essere capace di sostenere il suo sapere. Sii come il pane che mangi, ci suggerisce Samuele Russo: semplice, facile, originale, naturale, moderno.
Una filosofia di pensare trasportata in termini visivi che ricorda l'importanza della naturale creazione di un elaborato umano: dalla scelta delle materie prime al rispetto delle persone che lo lavorano, dall'esperienza della conoscenza all'elogio della creatività in cucina.
In queste foto il pane è spesso irriconoscibile e trasformato sino ad essere letto talvolta come il campanello dall'allarme d'inquietudine che può stravolgere il percorso naturale del crescere e quello del creare. Mortificando il pane quotidiano a solo alimento - privo di nutrimento - priviamo la nostra storia di protagonisti, di mani che lo lavorarono, di persone che coltivano la terra, di mestieri che lo rendono speciale e diverso. Come se il pane fosse nulla se svuotato della presenza umana, della sua storia e della sua artigianalità. Un prodotto dell'uomo alieno all'uomo rischia di trasformarci in esseri privi di saper-fare e ci riduce e consumatori inconsapevoli, vittime di un sistema che non ci appartiene e che potrebbe stravolgere la nostra struttura fisica e fisionomica. Noi siamo quello che mangiamo e l'uomo è come il prodotto da lui creato: il pane, per eccellenza simbolo di nutrimento, fede, e comunione.
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Di Silva Masini
Orme tra il dentro e il fuori
Panima è un'idea, un progetto, il ponte tra due mondi apparentemente distanti: il pane e la persona.
Una ricerca che segue intuitivamente l'esplorazione del dentro e del fuori; la scelta del pane come simbolo di semplicità e vitalità, viene accostata all'essere umano cogliendone affinità e contrasti. Si sprigiona un effetto poetico e magico: la sovrapposizione di immagini che si fondono, i colori che s'infiltrano nel bianco-nero dei ritratti suscitano intuizioni e antiche visioni.
In Panima l'essere umano è buono come il pane, gli assomiglia, è fatto della stessa pasta, viene colto un frammento della sua spontanea autenticità in un'istantanea interiore. E' un modo di scoprire il dentro, di mostrare ciò che spesso teniamo segreto nella nostra intimità.
Risuona sottile una proVocazione: valorizzare un essere semplice, nudo nei sentimenti, in un epoca dove per Essere bisogna coprirsi con maschere e corazze.
I ritratti fatti a persone che lavorano nel contesto dal chicco di grano al pane catturano l'attenzione per la loro forza; contemporaneamente ci appaiono, il volto e l'anima della persona, a volte in contrasto a volte in fusione armonica.
I profili che emergono sono il cuore del progetto, la scintilla espressiva che scaturisce dall'originale ricerca dell'artista, dove l'anima è un pezzo di pane , crosta o mollica diventano il codice creativo che svela il carattere della persona.
La scelta del pane come metafora dell'interiorità umana è rassicurante e familiare, il pane è vita, nutrimento essenziale, alimento semplice. Il suo profumo, il suo calore, la crosta croccante e la morbida mollica risvegliano i sensi, fanno affiorare ricordi ed emozioni, ci trasportano in dimensioni fuori dal tempo.
Il pane è buono, così spesso le memorie collegate sono confortanti, ci riempiono affettivamente.
Il pane è il risultato di un processo dinamico, viene dalla terra.
Una mano che semina un chicco di grano, un seme che germoglia, che cresce fino a diventare spiga. La spiga è una generosa famiglia di chicchi; da tante spighe, tanti chicci verranno finemente macinati per diventare farina. La farina ha bisogno dell'acqua per stare insieme, del lievito per crescere, del tempo per trasformarsi, del fuoco per cuocere.
Il pane è il risultato di innumerevoli azioni, interazioni e circostanze, il prodotto finale di un percorso lungo e complesso; assomiglia all'essere umano proprio nel suo divenire, nel suo procedere verso la crescita, verso la miglior cottura
la realizzazione del proprio potenziale.
In questo evolversi anche la forma accomuna pane e uomo.
La persona è delimitata dalla pelle che separa l'esterno dall'interno delineando un confine che è protezione, accoglienza e identità. La pelle è un sensibile ricettore che trasmette gli innumerevoli stimoli dell'ambiente all'interno, la psiche li registra e traduce il piano emotivo disegnando sul corpo segni e impronte; così la pelle diventa il diario di un tempo che passa: rughe, posture, espressioni sono la manifestazione di ciò che accade tra il dentro e il fuori. La crosta del pane è come la pelle, fotografa ciò che è all'interno: nella sua durezza, nel suo spessore restano incise le tracce di un morbido impasto che spinge per crescere e prendere forma.
La forma è il dialogo tra gli agenti esterni e la pasta che lievita all'interno.
La mollica é l'essenza di un processo di trasformazione, la crosta è il suo contenitore.
E, se nell'ostia cogliamo l'afflizione della privazione e la dolorosa memoria delle origini, nella lievitazione possiamo cogliere le infinite possibilità della trasformazione, la crescita alla quale ogni essere umano protende.
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